7 agosto 2022

Energia: Non siamo alla canna del gas, ci stanno solo spennando per bene

di Massimo Marino

1) Se volete farvi un’idea approssimativa su come davvero vanno le cose della transizione ecologica, tema che i media vi offrono a colazione, pranzo e cena con una sfilata di leader politici di destra e di sinistra, esponenti confindustriali, editorialisti di primo piano della carta e della rete tutti a modo loro per la sostenibilità, lasciate perdere i sostenuti. Riguardatevi invece le tappe del recente giro d’Italia con le riprese dall’alto di decine di paesini, medie e grandi città da nord a sud. Difficilmente avvisterete un tetto fornito di pannelli per la autoproduzione da solare fotovoltaico. Come è possibile? Come stanno le cose?

A dicembre 2018 gli impianti istallati (sui tetti e a terra) erano circa 670mila, a dicembre 2019 erano 880mila (210mila in più). Due anni dopo (i due anni iniziali del covid) erano poco più di un milione (136mila in più). Considerate che gli edifici disponibili, tetti di abitazioni e di capannoni industriali e agricoli, trascurando le possibilità a terra, pur non facili da stimare, sono in Italia sicuramente più di 10 milioni. Se volessimo porci l’obiettivo strategico di attrezzarne la metà nell’arco di 10 anni dovremmo collocare circa 500mila impianti all’anno che, se ci fosse la volontà politica, sarebbe assolutamente fattibile. Con il contributo pubblico si giustificherebbe l’avvio di una sana autarchia, un segmento produttivo nazionale autonomo nella produzione ed istallazione, economicamente virtuoso per tutti (cioè per i cittadini, le imprese, l’occupazione, il PIL e l’ambiente).

2) L’introduzione del superbonus 110% ha aggiunto una grande potenzialità agli interventi di efficientamento energetico. Presentato dal governo Conte II nel DL Rilancio del maggio 2020 e avviato dal luglio rende efficienti energeticamente abitazioni e aziende a costo quasi zero. Ostilità politica e boicottaggi, eccessi burocratici dei diversi enti locali, aumenti speculativi dei costi, scarsa collaborazione delle banche, qualche inesperienza di troppo nel testo del decreto base e nelle varianti seguite, hanno messo in ombra i risultati. Non solo lo straordinario successo dal punto di vista edilizio con 173mila progetti finanziati (33 mld stanziati fino a tutto il 2022 risultano già finiti da maggio) ma anche il grande impatto ambientale che può portare fino ad un risparmio dell’80% dei consumi energetici complessivi di un fabbricato. Invece di semplificare le procedure, razionalizzare i controlli e i costi e allungare l’iniziativa oltre il dicembre 2023 a tutto il decennio 2020-2030, il rischio è che invece in autunno il boicottaggio dell’iniziativa targata 5Stelle-Conte, riesca definitivamente, spostando le risorse verso altri capitoli di spesa più redditizi sul piano delle clientele, rendendo così ridicola qualunque dichiarazione di impegno verso la transizione ecologica da parte dei prossimi governi.

3) È singolare che nel dibattito sulla transizione energetica che negli ultimi mesi si è aggrovigliato con i problemi dei costi delle fonti, della guerra e di una scarsità del gas che non c’è mai stata, sia scomparso il peso dei trasporti e della mobilità, determinanti insieme alle abitazioni e alle aziende per il fabbisogno e la qualità dei consumi energetici. Nella più totale indifferenza dei media nei mesi passati sono stati diffusi i dati di fine 2021 sulla quantità di auto circolanti per abitante nel nostro paese. Siamo a più di 670 auto ogni 1000 abitanti (700 in parecchie aree urbanizzate) ancora in aumento rispetto al 2020 e con una età media dei mezzi salita dai 7,9 anni del 2009 agli 11,8 anni attuali. Addirittura, quasi a 900 su 1000 se si somma tutti gli altri mezzi a motore endotermico tipo moto e furgoni. Una vera follia, il dato di gran lunga più alto d’Europa e dell’intero pianeta se si considera anche la densità abitativa.

Da tempo sostengo che c’è un’unica alternativa a questa tragica deriva, dove tranne i bambini, già da piccoli però circondati da giochi e figurine che rappresentano le auto, quasi tutti gli italiani possiedono e si muovono su un veicolo a motore endotermico spendendo, spandendo e sprecando soldi, gas inquinanti, tempo di vita e stress.

L’alternativa è la diffusione capillare di reti metropolitane in tutte le città di grande e media dimensione. Tutto il resto, andare a piedi, le biciclette, il car pooling ed il car sharing, i monopattini, la vita solitaria in casa da santone indiano, sono utili e sacrosante alternative, gettoni per guadagnarvi il paradiso, ma il loro impatto sui grandi numeri della mobilità, specie nelle aree metropolitane è quasi irrilevante. Servono vettori pubblici e collettivi a corsie dedicate, cioè metropolitane a rete nella città che si proiettino fuori dalle aree urbane e si colleghino a treni regionali o interregionali che si estendano con una ragionevole alta velocità, in tutto il territorio nazionale dove non ci sono.

Con l’eccezione di Milano le reti metropolitane sono dimenticate o messe nell’angolo e di fatto messe da parte perfino da molti ambientalisti, plagiati dal dibattito irreale sulla diffusione delle auto elettriche. A Roma un ulteriore estensione della linea C ed il progetto di una linea D sembrano una chimera. I progetti suggeriti dalla Raggi e i finanziamenti chiesti sono stati apertamente boicottati. A Torino purtroppo l’Appendino in 5 anni è riuscita solo a riesumare il progetto sbagliato PD del 2006 che parte da Rebaudengo e taglia fuori le parti più rilevanti del traffico proveniente dall’area esterna di nord-est e di sud -ovest della città (San Mauro e Orbassano) rimandate ad un indefinibile futuro. Un desolante errore, una scelta gravissima che a mio parere andrebbe cancellata ricominciando rapidamente da capo partendo dai due estremi. A Bologna le difficoltà di mobilità nelle zone centrali e in quella universitaria non prevedono alcun progetto di metro vera e propria ma metrobus e biciclette. Nulla a Firenze dove si progetta una linea che non è dedicata e sembra prevedere semafori. A Genova la piccola tratta di metro esistente sembra aver chiuso la partita con due modesti segmenti da aggiungere. In molti sostengono, affrettatamente, che la conformazione delle aree cittadine non consente facili interventi, dimenticando che le metro nel mondo sono dappertutto: sottoterra, a raso, sopraelevate, sotto i fiumi e i viadotti. La metro di Parigi è arrivata anche sotto la Senna dal 1903! A Napoli le linee esistenti hanno circa 20 km di estensione e si spera nella linea dal Centro alla stazione AV di Afragola. A Palermo e Cagliari la costruzione di una vera rete cittadina con propaggini fino ad oltre le periferie non è stata presa in considerazione fino a pochissimi anni fa. Nelle città di media dimensione, intendo sopra i 100mila abitanti, che sono all’incirca 50, l’ipotesi di tratte metro non viene neppure pensata. Si trascura l’importanza decisiva dei tracciati dedicati e della rete, che è la caratteristica che non a caso definisce la metro e moltiplica in modo da tutti inaspettato il numero degli utenti. Ad oggi siamo a meno di 300 km di linee metro funzionanti (comprese le cosiddette metro leggere) spesso solo tratte spezzate che ne riducono le potenzialità di utenza. Tutte hanno un successo clamoroso e non sono sostituibili dal potenziamento di bus e tram, vettori del secolo scorso da eliminare in gran parte, oggi affogati e ingombranti nell’ intenso traffico cittadino, con enormi costi di manutenzione, carburanti e personale, inquinamento, rumore.

Tutto il rarefatto dibattito sulla mobilità, l’inquinamento e le emissioni di gas serra provocato da 40 milioni di auto nel nostro paese è in gran parte costituito da generiche chiacchiere in tv dove nessuno osa dichiarare che l’auto è un simpatico rottame tecnologico del secolo scorso abbellito da navigatori, schermi video, splendidi audio, smartphone incorporati, che va usata solo quando insostituibile e da chi non può farne a meno. Per il resto facendo quattro passi da casa si deve entrare nella rete che deve portarti ovunque. Se a qualcuno sembra fantascienza consiglio un giro turistico in un bel numero di metropoli europee e di parecchi altri paesi occidentali e asiatici.

Invece la ricetta avvelenata che ci suggeriscono per non cambiare nulla va a parare nella diffusione delle auto elettriche, il cui principale obiettivo è quello di dare una boccata d’aria con gli incentivi al settore dell’automotive. Si stima che realisticamente al 2035, quando la vendita (non la circolazione!) di nuove auto a fossili dovrebbe essere vietata in tutta Europa, difficilmente più del 15-20% delle auto circolanti sarà elettrica. Ed è già prevista una verifica con possibili deroghe in ambito UE nel 2026.Cingolani l’ha già chiesta. Insomma, ci stanno prendendo in giro. Ancora nel 2050 potremmo avere sulle strade una prevalenza di motori endotermici.

Dovremmo invece avere già aperto da anni i cantieri in decine di città per la costruzione di reti metro con l’obiettivo di raggiungere in 10 anni almeno 1000 km in più di binari e ritirare dal traffico quotidiano il 50% delle auto, di qualunque tipo siano. Se le reti ci fossero gli utenti le prenderebbero d’assalto, mollerebbero le auto e risparmierebbero un sacco di soldi. Stimando 100-150mila euro al km si tratta di un investimento di 10-15 mld all’anno per 10 anni.

4) Quando negli anni ’90 si svolsero i primi appuntamenti internazionali per il clima (il Summit per la Terra di Rio de Janeiro nel 1992 e la COP1 di Berlino nel 1995, apparve evidente che il principale paese dell’occidente inquinatore, gli USA, non erano disponibili a impegni e ratifiche di accordi che potessero modificare “lo stile di vita americano”. La Russia, la Cina, l’India, il Giappone, non mostrarono alcuna disponibilità a fare quello che non facevano gli USA. Singolare la battuta di Putin che l’aumento delle temperature era un’ottima notizia per la Siberia che avrebbe consumato meno legna per scaldarsi. Nella COP3 di Kyoto nel 1997 vari paesi europei fra cui l’Italia e pochi altri firmarono un Protocollo in cui si indicavano impegni di riduzione delle emissioni entro il 2012 con una seconda tappa prevista al 2020.  Nessuna adesione ne ratifica però dai paesi più importanti. Anzi nel 2011 il Canada ritirò la firma.  Nel 2012 alla COP 18 di Doha si rinnovarono le adesioni al Protocollo in scadenza ma i firmatari (Europa, Australia e poco altro) rappresentavano meno del 20% delle emissioni totali. Un passo in avanti arriva nel 2015 alla COP21 di Parigi dove 196 nazioni accettano un patto globale e condiviso che impegna a mantenere l’aumento di temperatura al disotto di 2 gradi e se possibile a 1,5. La ratifica del Patto dai singoli paesi da allora procede quantificando l’impegno dei singoli e i piani d’azione per attuarlo. A Glasgow la COP 26 del novembre 2021 ridefinisce nuovi obiettivi minimi di decarbonizzazione: un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010, da attuarsi entro il 2030, e zero emissioni nette “intorno” alla metà del secolo. Scompare dal documento finale l’impegno alla dismissione dei combustibili fossili ed a cancellare il loro sostegno con contributi economici. È noto che nessuno dei percorsi e degli obiettivi, almeno su scala planetaria, è davvero in divenire. Aumenta il consumo di fossili, aumentano le emissioni, la CO2 ha raggiunto l’incredibile record di 415 ppm. Era sotto i 400 quando iniziarono le COP negli anni ‘90.

5) Per l’Italia gli obiettivi di riduzione definiti a Kyoto nel 1997 sembrarono nei primi anni mantenuti. Addirittura, nel 2012 gli aggiornamenti al 2020 sembrarono raggiungibili in anticipo di qualche anno. I governi Prodi, Berlusconi IV, Monti (maggio 2006/aprile 2013) vedono un lento ma graduale aumento dei consumi finali attraverso rinnovabili. Nel 2011 si parla addirittura di boom del solare. Anche la mafia si accorge che il solare fotovoltaico è redditizio. Con il DL del marzo 2011 scatta l’obbligo (direi presto dimenticato) di installare impianti a fonti rinnovabili per edifici nuovi e in ristrutturazione. Confronto ad altri paesi anche europei l’Italia almeno sulle rinnovabili sembra vada sulla direzione giusta.

Poi sorprendentemente tutto si ferma.

Dati e osservatori concordano che dal 2014-2015 In Italia la situazione è di stasi totale: la decarbonizzazione del sistema energetico si è praticamente arenata. Rapporti dell’Enea affermano che la quota di Fer (rinnovabili) sui consumi finali potrebbe perfino ridursi perché è in stallo intorno al 17,5% del 2015. Installiamo qualche centinaio di MW all’anno invece di qualche GW mentre i costi delle rinnovabili diventano del tutto competitivi con qualunque altra fonte e i tempi di attuazione dei progetti sono di gran lunga i più rapidi. Avremmo dovuto accelerare alla grande invece è successo il contrario. È emerso di recente che progetti presentati da quegli anni ad oggi per un totale di quasi 90 GW non sono stati approvati o comunque restano fermi da anni presso i Ministeri (per capirsi si tratta circa dell’equivalente di 90 centrali nucleari da 1000 MW). Nel 2021 le FER sono arrivate appena al 19%.

Confesso che per anni mi sono chiesto senza trovare risposte perché tutto si è fermato. Incompetenza e ignoranza? Burocrazia e localismi? Subordinazione della politica a petrolieri e ostilità verso gli ambientalisti, in Italia peraltro docili e miti come agnellini? Le lobby che estraggono e vendono lingotti d’oro nero e riempiono le nostre strade di insostenibili SUV ne hanno distribuiti qualcuno in giro?

6) Solo negli ultimi mesi mi sono dato qualche risposta, per certi versi davvero desolante.

Dall’aprile 2013 al giugno 2018 si sono susseguiti tre governi: Letta, Renzi, Gentiloni.

Nel maggio 2014 l’ENI (30% dello Stato) annuncia in 10 righe la firma di un accordo con GAZPROM ( la società di stato russa per il gas) con cui si revisionano i prezzi dei contratti pluriennali ( arbitrariamente agganciati a quelli del petrolio all’epoca sopra i 100 $) e si aumenta massicciamente l’importazione di gas dalla Russia di fatto a discapito di altri fornitori: Algeria, Libia ed altri paesi dell’area mediorientale-africana. Lo sconto ottenuto sul momento sembra essere del 7% ma il petrolio crollerà nei prezzi rapidamente. L’Italia si trova così ad aumentare decisamente la dipendenza energetica dalla Russia. Qualcosa di simile avviene anche per la Germania della Merkel. Va ricordato che all’epoca l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder dell’SPD, perse le elezioni contro Merkel nel 2005, era divenuto consulente di Putin entrando nel board della società che gestisce il gasdotto russo-tedesco (da lui approvato come Cancelliere) e membro del consiglio di vigilanza del gigante energetico russo Rosneft, attività che sembra aver cessato meno di due mesi fa per non incappare anche lui nelle sanzioni antirusse.

Poche settimane prima dell’accordo si svolge il contestato referendum in Crimea (16 marzo 2014) per il passaggio dall’Ucraina alla Russia, che solleva proteste in molti paesi europei e molto meno in Italia. Siamo nel pieno della guerra civile nel Donbass che porterà alle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk dopo che i due protocolli di Minsk del settembre 2014 e febbraio 2015 non vengono rispettati da nessuno. 

I principali capi di governo europei, Merkel, Cameron, Hollande oltre a Obama avevano disdetto la partecipazione ai giochi di Soki di febbraio (le olimpiadi invernali russe). Unico presente Letta che dopo un convegno con Putin a Trieste aveva annunciato la sua presenza in Russia dichiarando che lì avrebbe espresso il suo dissenso... per le leggi antigay della Duna del 2013. Le conseguenze dell’accordo ENI-GAZPROM rendono (quasi) tutti felici. Costi un po’ abbassati, quantità abbondanti perché Putin ha bisogno di cash, sembra che il gas russo sia anche meno umido di quello algerino. L’accordo è annunciato da De Scalzi ex vice di Scaroni che ha appena sostituito alla guida dell’ENI su nomina di Renzi appena subentrato a Letta (febbraio 2014).

Così da 8 anni i nostri atlantisti versano parecchie decine di miliardi all’anno a Putin che addirittura nella seconda parte del 2021 ci ha aumentato le quantità e sembra ci abbia diminuito un po’ i prezzi del gas che invece sul mercato sono schizzati verso l’alto da settembre. Sarà che avevamo tanto gas a buon prezzo, o altro che non capisco, ma invece di riempire gli stoccaggi l’ENI si è messa pure a rivendere un po’ di gas. A fine anno Putin con una battuta ha affermato che in Europa e in particolare in alcuni paesi come l’Italia qualcuno si sta arricchendo con il gas russo. L’impennata dei costi del gas e dei prodotti petroliferi nella seconda parte del 2021 che ha terrorizzato mezza Europa, è durata 2 mesi, è stata una sorpresa e sui media si sono sentite le più incredibili panzane di commentatori, esperti e politici che allibiti non sapevano che dire parlando genericamente di speculazione. E’ comunque del tutto indipendente dalla guerra russo-ucraina di febbraio 2022.

Poi qualcuno ha sussurrato l’ipotesi più credibile.

Le multinazionali del settore, a cominciare dai fondi di investimento che a Londra e nel nord Europa determinano parte dei prezzi del mercato, fino alle società nazionali come l’ENI e ai trafficanti che comprano e vendono prodotti energetici, hanno dovuto ridurre i propri guadagni a seguito della crisi epidemica e dei lockdown e riduzioni dei consumi del 2020 e parte del 2021. Hanno così deciso, ignoro in quale sede e con quali protagonisti responsabili e complici, di provocare l’esplosione senza alcuna giustificazione dei prezzi, che forse gli è anche sfuggita di mano perché “la speculazione” è diventata attraente a tutti i livelli. Togliendo gioiosi dalle nostre tasche nell’inverno passato quanto non avevamo speso nel 2020-2021. (Solo sei mesi dopo è arrivato Putin che ci riduce le scorte in funzione anti sanzioni e per avere qualche arma in mano rallentando il pieno delle scorte invernali, con la minaccia di lasciarci al freddo).

Come esempio i ricavi ENI sono passati da circa 69 mld del 2019 a 44 del 2200 e sono risaliti a 77 mld nel 2021. Per il 2022 ENI ha dichiarato nella semestrale di fine luglio:” Il risultato netto adjusted è stato positivo per 7,08 miliardi di euro, risultato che si confronta con gli 1,2 miliardi contabilizzati nel primo semestre del 2021, grazie al miglioramento dell'utile operativo…”. E se pensate alla tassa sugli extraprofitti (all’inizio proposta per le rinnovabili) state tranquilli: ad oggi il nostro drago non ha tagliato praticamente niente a nessuno ( tranne noi ovviamente) e forse dovrà sanzionare anche l’azienda di cui ha il 30% e i diritti di Golden Share.

In conclusione, abbiamo perso otto anni preziosi.

In questi anni si è abbandonata qualunque azione concreta per la transizione, si è permessa una dipendenza energetica inaccettabile, si è messa da parte, non so quanto consapevolmente o no, la scelta delle rinnovabili. Dopo Letta, Renzi, Gentiloni, primi responsabili, con i governi Conte I e II il cambiamento annunciato è stato comunque minimo. Si è persa un’occasione che difficilmente si ripresenterà. 

- Dovremmo avere 500mila nuovi tetti produttivi all’anno, - semplificare quanto necessario il superbonus edilizio ed estenderlo all’intero decennio, - attivare decine di cantieri per ridurre drasticamente le auto circolanti a favore di alcune centinaia di km di metro. Ci farebbero risparmiare un sacco di soldi, tempo e inquinamento, promuovendo le tante altre piccole azioni diffuse di risparmio utili alla transizione che si presenta sempre più urgente. Invece attorno al PNRR dobbiamo sentire improbabili divagazioni sulla CO2 da insufflare nel sottosuolo, l’idrogeno dei vari colori, i SUV e i BUS elettrici, il nucleare di quarta generazione, la fusione.

Dal Summit di Rio sono passati esattamente 30 anni e ogni quarto d’ora un gruppo di esperti, di scienziati, di associazioni e comitati, praticamente ignorati, fa un appello che sottolinea la crisi ambientale. Raramente però si indicano le cose concrete che qui ed ora andrebbero fatte. Così gli appelli non hanno il seguito necessario. Le tre azioni indicate sopra sono necessarie e irrinunciabili, non ne conosco altre realisticamente fattibili e accettabili nel prossimo decennio. Chi parla d’altro restando nel vago, che sia nero, verde o rosso, di destra o di sinistra vi racconta balle.  Qualunque protagonista che si candidi a proporre l’alternativa le dovrebbe sostenere senza disperdersi in chiacchiere inutili sulla sostenibilità.

Gli altri non sanno bene di che parlano, alcuni si stanno arricchendo in silenzio, ma stanno giocando con il nostro futuro. Viva l’Italia!


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